Puoi fare pubblicità sanitaria? La risposta breve (e più corretta) è “dipende”.
Si, proprio così: dipende da tanti fattori. Cosa si intende per “pubblicità”? Cosa si può fare e cosa no. E da chi dipende un eventuale controllo?
Se sei un medico estetico o un dermatologo, probabilmente hai sentito dire non puoi farti pubblicità. “I medici non possono fare pubblicità“, “attento che ti sanzionano“, “meglio stare fermi che rischiare“. Vorresti capire come aumentare la visibilità, fare seo, avere un sito, ma… come fare se non puoi farti pubblicità?
Il risultato? Colleghi che non comunicano nulla per paura, e altri che fanno quello che vogliono perché tanto “lo fanno tutti”. Due estremi sbagliati.
La verità è nel mezzo: la pubblicità sanitaria è permessa, ma ha regole precise. Il problema è che queste regole sono scritte in burocratese, sparse tra leggi, decreti e linee guida degli Ordini. Capirci qualcosa è un’impresa.
Quando un medico viene da me, una delle prime operazioni che facciamo insieme è proprio tracciare i limiti su cosa si può fare e cosa no. Lavoriamo insieme in maniera tale da rispettare il codice deontologico e, al tempo stesso, ottenere risultati misurabili.
Questa guida è una sintesi di ciò che di solito vedo con il cliente e l’intento è provare a fare chiarezza. Come puoi immaginare quello che trovi qui non è un parere legale (per quello servono avvocati specializzati e confrontarti con il tuo Ordine provinciale). Questa è più una mappa per orientarti: cosa puoi fare, cosa non puoi fare, e come muoverti online (social, sito, eventuali ads) senza rischiare sanzioni.
Partiamo dalle basi.
Il quadro normativo sulla pubblicità sanitaria (in 5 minuti)
Non ti annoio con la storia completa anche perché sono sicuro che la conosci già. A differenza del marketing di professionisti sanitari in altri paesi del mondo, in Italia alla fine ti servono tre riferimenti chiave.
- Il Decreto Bersani (2006).
Ha liberalizzato la pubblicità sanitaria. Prima era molto più rigida. Da allora puoi comunicare: titoli, specializzazioni, caratteristiche dei servizi offerti, prezzi. Il principio: il paziente ha diritto di sapere chi sei e cosa offri. - La Legge 145/2018 (comma 525).
Ha messo dei paletti. La pubblicità sanitaria può contenere solo informazioni funzionali a garantire una corretta informazione. Niente elementi “promozionali o suggestivi”. Tradotto: puoi informare, non puoi manipolare. - Il Decreto Legge 69/2023.
Ha modificato la formulazione. Ora si parla di elementi “attrattivi e suggestivi che possano determinare il ricorso improprio a trattamenti sanitari”. È una precisazione importante: non è vietato attirare l’attenzione in sé, ma attirare l’attenzione in modo che spinga il paziente verso trattamenti di cui non ha bisogno.
Il principio di fondo non è cambiato: la pubblicità sanitaria deve informare, non vendere a tutti i costi.
A vigilare ci sarà il tuo Ordine provinciale, che può intervenire con sanzioni disciplinari. E dal 2025, anche l’AGCOM ha poteri sanzionatori in materia di pubblicità sanitaria. Sia chiaro: non voglio fare terrorismo, ma darti la giusta consapevolezza. La verità è che le regole esistono, e chi non le rispetta rischia.
Se vuoi approfondire cosa è cambiato con la riforma del 2023, questo articolo dello Studio Legale Stefanelli offre un’analisi dettagliata ( che ho trovato molto interessante).
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Pubblicità sanitaria: cosa PUOI fare
Beh, partiamo dal SI. Perché la lista delle cose permesse è più lunga di quanto pensi. Prima di dirti cosa NON puoi fare, vediamo insieme cosa PUOI fare.
- Puoi comunicare chi sei. Nome, titoli di studio, specializzazioni, iscrizione all’Ordine. Anzi, in molti casi devi farlo: l’iscrizione all’Albo va indicata. Ci sono obblighi da rispettare, ma quelli li vedrai insieme a chi ti curerà la presenza online.
- Puoi descrivere i tuoi servizi. Quali trattamenti offri, come funzionano, a chi sono rivolti. Il paziente ha diritto di sapere cosa puoi fare per lui.
- Puoi indicare i prezzi. Sì, puoi pubblicare le tariffe. Devono essere chiare, trasparenti, non ingannevoli. Non come unico elemento della comunicazione, ma puoi farlo. Se non vuoi inserirli, non li inserire.
- Puoi avere un sito web. Ovvio, ma lo preciso perché qualcuno ha ancora dubbi. Il sito è il tuo spazio, puoi usarlo per presentarti e spiegare i tuoi servizi.
- Puoi essere sui social. Instagram, Facebook, LinkedIn, TikTok. Nessuna legge vieta a un medico di avere profili social. Quello che conta è come li usi.
- Puoi fare ads a pagamento. Google Ads, sponsorizzate su Instagram, campagne su Facebook. È permesso. Con le dovute accortezze, ma è permesso. Ripeto: con le dovute accortezze. Non improvvisare, rivolgiti a chi ne sa più di te.
- Puoi pubblicare contenuti informativi. Articoli, video, post che spiegano trattamenti, rispondono a domande, educano il paziente. Anzi, questo è il cuore della comunicazione sanitaria fatta bene.
Il principio guida è semplice: stai informando il paziente per aiutarlo a scegliere in modo consapevole? Bene. Stai cercando di spingerlo verso un trattamento che magari non gli serve? Male.
Pubblicità sanitaria: cosa NON puoi fare

Ora i no. E qui serve la giusta attenzione, perché cadere nell’errore è più facile di quanto immagini.
- Elementi attrattivi e suggestivi che inducono a trattamenti impropri. È la formula della legge. Cosa significa in pratica? Significa che non puoi usare tecniche di comunicazione che spingono il paziente a fare trattamenti di cui non ha realmente bisogno. La pressione psicologica, l’urgenza artificiale, le promesse esagerate. Insomma, tutte le cose “cattive” del marketing.
- Sconti, promozioni, offerte a tempo. “Solo questa settimana il filler a 199€”, “sconto del 30% se prenoti entro domani”. Vietato. La pubblicità sanitaria non può contenere offerte, sconti o promozioni. La salute non è un prodotto da svendere.
- Promesse di risultati garantiti. “Elimina le rughe per sempre”, “risultati assicurati al 100%”. Non puoi prometterlo perché non è vero. Ogni paziente è diverso, ogni trattamento ha variabili. Le promesse mirabolanti sono vietate.
- Confronti denigratori con colleghi. “A differenza di altri medici, io uso solo prodotti di qualità”. Non si fa. Il confronto deve essere basato su dati oggettivi, non su denigrazione.
- Pubblicizzare marchi di dispositivi medici. Non puoi fare da testimonial per prodotti o apparecchiature. Puoi dire che usi una certa tecnologia, ma non puoi promuovere il marchio come se fossi un loro ambassador.
- Testimonial famosi. Usare personaggi noti che raccomandano i tuoi servizi è problematico. Le linee guida sono restrittive su questo punto.
- Immagini evocative scollegate dal contesto. Foto di modelle perfette, sorrisi irrealistici, corpi ritoccati che non c’entrano nulla con il tuo lavoro reale. Sono considerate suggestive.
La domanda da farti sempre è: questa comunicazione aiuta il paziente a capire o lo manipola per farlo comprare? Se la risposta onesta è “lo manipola”, sei nel territorio sbagliato.
*Suggerimento da paranoico: se hai dubbi, confrontati sempre con un legale specializzato in materia.
Pubblicità sanitaria sui social: Instagram, Facebook, TikTok
I social sono il campo minato su cui tutti hanno dubbi. Non sei il primo, non sarai neanche l’ultimo. Proviamo a fare un po’ di ordine.
Sì, puoi essere sui social. La tua presenza su Instagram o Facebook non è di per sé una violazione. È uno strumento di comunicazione, come il sito web o il biglietto da visita.
La differenza sta tra contenuto informativo e contenuto promozionale:
- Contenuto informativo: spieghi come funziona un trattamento, rispondi a domande che ti fanno i pazienti, mostri il tuo approccio, condividi la tua competenza. Questo è il cuore della pubblicità sanitaria fatta bene. Educhi, non vendi.
- Contenuto promozionale: spingi all’acquisto, crei urgenza artificiale, prometti risultati esagerati. Questo è il territorio del vietato.
“Nella pratica, cosa funziona? mi fai degli esempi?”
Contenuti educativi: “Come funziona il filler labbra”, “Cosa aspettarsi dopo un peeling chimico”, “Quando ha senso il botox e quando no”. Rispondi alle domande reali dei pazienti.
Dietro le quinte: la preparazione dello studio, il tuo approccio al lavoro, come ti tieni aggiornato. Umanizza la tua figura senza diventare uno showman.
Risposte alle domande frequenti: ogni giorno i pazienti ti fanno le stesse domande. Trasformale in contenuti.
“E allora cosa devo evitare?”
Toni da televendita. “Prenota ORA”, “Ultimi posti disponibili”, “Non perdere questa occasione”. Lascialo ai venditori di materassi.
Promesse esagerate. “Ringiovanisci di 10 anni”, “Risultati miracolosi”. Non sono credibili e violano la normativa sulla pubblicità sanitaria.
Pressione emotiva. Far leva sulle insicurezze, far sentire il paziente inadeguato per spingerlo a comprare. Oltre che scorretto, è controproducente.
Nota sulle policy delle piattaforme. Meta (Facebook e Instagram) ha le sue regole, indipendenti dalla normativa italiana. Per esempio, i contenuti “prima e dopo” sono vietati nelle ads di Meta. Non puoi sponsorizzarli. Questo non c’entra con la legge italiana, è una policy della piattaforma. Tienilo presente quando pianifichi le campagne. Ma, soprattutto, NON FARLO DA SOLO. Ci sono professionisti che fanno questo ogni giorno.
STAI PENSANDO…
“OK, ma da dove inizio?”
Puoi continuare a leggere (ci sono altri consigli utili) oppure puoi fare il primo passo adesso:
Il caso “prima e dopo” nella pubblicità sanitaria
È la domanda che tutti mi fanno. Posso pubblicare foto prima e dopo i trattamenti?
La risposta non è semplice, perché ci sono più livelli.
- Il problema della suggestività. Le immagini prima/dopo possono essere considerate suggestive se fanno passare l’idea che chiunque otterrà lo stesso risultato. Il paziente che guarda potrebbe pensare: “farò quel trattamento e diventerò così”. Ma ogni caso è diverso, e i risultati variano.
- Il problema della privacy. Stai pubblicando immagini di un paziente. Servono consensi specifici, espliciti, informati. Non basta che il paziente “sapeva” di essere ripreso. Serve un consenso scritto che spieghi chiaramente dove e come verranno usate quelle immagini.
Il Garante Privacy ha multato in precedenza un centro di medicina estetica perché aveva pubblicato su Instagram un video di un trattamento senza consenso adeguato. Il paziente era riconoscibile, l’informativa era generica e contraddittoria. Non è fantasia: succede.
Quando può essere accettabile? Se inserisci le immagini in un contesto informativo, con disclaimer chiari (“i risultati possono variare”, “ogni caso è valutato individualmente”), con consenso esplicito del paziente, evitando toni sensazionalistici. Ma è quasi sempre un terreno scivoloso.
Le ads. Come detto, Meta vieta i contenuti prima/dopo nelle inserzioni sponsorizzate. Anche se la legge italiana non lo vietasse esplicitamente, la piattaforma non te lo permette. Puoi pubblicarli organicamente (con le cautele dette sopra), ma non puoi sponsorizzarli.
Il mio consiglio? Usa i prima/dopo con molta cautela. Se li usi, assicurati di avere tutto in regola: consenso, contesto informativo, disclaimer. E se hai dubbi, chiedi al tuo Ordine.
Google Ads e Meta Ads: pubblicità sanitaria a pagamento
Puoi fare advertising a pagamento. È legale. Ma cambia tutto in base a cosa promuovi.
- Cosa funziona: promuovere contenuti informativi. Un articolo del tuo blog che spiega un trattamento, una landing page che presenta i tuoi servizi in modo trasparente, un video educativo. Porti traffico verso contenuti che informano, non verso offerte.
- Cosa non funziona: promuovere sconti, offerte, promozioni. “Filler a 99€”, “Prenota ora e risparmia il 30%”. Oltre a violare la normativa sulla pubblicità sanitaria, rischi anche di attirare pazienti che cercano solo il prezzo basso. Non è il target che vuoi.
Le policy delle piattaforme. Google e Meta hanno regole specifiche per gli annunci relativi a salute e medicina estetica. Alcune categorie di annunci richiedono certificazioni o hanno restrizioni geografiche. Prima di lanciare campagne, studia le policy. Altrimenti ti ritrovi con annunci rifiutati e soldi buttati. Oltre che a tempo perso.
Il principio: le ads amplificano quello che già hai. Se hai contenuti di valore, le ads portano più persone a vederli. Se non hai nulla di solido, le ads non risolvono il problema.
Privacy e consensi: se pubblichi foto o video di pazienti
In parte l’ho già accennato prima, ma è bene ribadire il concetto. Ogni volta che pubblichi immagini o video in cui compare un paziente, entri nel territorio del GDPR e dei dati sanitari. E i dati sanitari sono la categoria più protetta.
Alcune delle cose che servono:
- Consenso esplicito e specifico.
Non basta un generico “acconsento al trattamento dei dati”. Serve un consenso che spieghi chiaramente: useremo queste immagini su Instagram, sul sito, per finalità promozionali. Il paziente deve sapere esattamente cosa succederà. - Informativa completa.
Chi è il titolare del trattamento, per quali finalità, per quanto tempo verranno conservati i dati, come revocare il consenso. Tutto scritto, tutto chiaro. Non sai farlo? Meglio fare una telefonata a un legale: è più sicuro. - Diritto di revoca.
Il paziente può cambiare idea e chiederti di rimuovere le immagini. Devi essere pronto a farlo. - Anonimizzazione quando possibile.
Se puoi evitare che il paziente sia riconoscibile (inquadrature parziali, oscuramento del volto), riduci i rischi.
La regola d’oro: se non sei sicuro di avere tutti i consensi in regola, non pubblicare. Un post sui social non vale una sanzione del Garante.
Cosa rischi se sbagli
Non è terrorismo, ma è bene sapere cosa c’è in gioco. Le pene possono essere molteplici:
- Sanzioni disciplinari dell’Ordine
Il tuo Ordine provinciale può intervenire se la tua comunicazione viola il Codice Deontologico (in particolare gli articoli 54, 55 e 56 sulla pubblicità sanitaria). Le sanzioni vanno dal richiamo alla sospensione dall’esercizio della professione. Nei casi gravi, anche la radiazione. - Sanzioni amministrative
Dal 2025, l’AGCOM ha poteri sanzionatori in materia di pubblicità sanitaria ingannevole. Possono arrivare multe significative, sia al professionista che a chi diffonde il messaggio (la piattaforma, il sito). - Sanzioni privacy
Se violi il GDPR pubblicando dati sanitari senza consenso, il Garante può multarti. Gli importi possono essere pesanti. - Danno reputazionale
Se finisci sui giornali per una sanzione, il danno alla tua immagine può essere peggiore della multa stessa. Non credi?
Il punto non è vivere nella paura. È essere consapevoli che le regole esistono e che rispettarle non è solo un obbligo, ma anche un modo per costruire credibilità. Chi fa pubblicità sanitaria corretta si distingue da chi fa il Far West.
Quando e come chiedere al tuo Ordine
Il tuo Ordine provinciale è la prima risorsa a cui rivolgerti se hai dubbi. Questo lo dico sempre ai clienti che mi scelgono. Sembra una consiglio scontato, ma è anche molto prezioso.
Puoi chiedere una valutazione preventiva. Non è obbligatoria, ma è consigliata. Prima di lanciare un sito, una campagna, un contenuto su cui hai dubbi, puoi sottoporre il materiale all’Ordine e chiedere un parere.
Come si fa? In genere via PEC o raccomandata, con un modulo che trovi sul sito del tuo Ordine. Descrivi cosa vuoi fare, alleghi il materiale, chiedi conferma che sia conforme. Molti Ordini hanno sezioni dedicate alla pubblicità sanitaria con FAQ e modulistica — ad esempio l’Ordine dei Medici di Torino pubblica risposte a quesiti reali.
Perché farlo? Perché se l’Ordine ti dà l’ok, sei tutelato. E perché ogni Ordine può avere interpretazioni leggermente diverse della normativa. Quello che va bene a Milano potrebbe essere visto diversamente a Palermo. Meglio verificare e agire in tutta tranquillità.
Una mail in più oggi può evitarti una sanzione domani.
Nota importante
Questa guida ti dà un quadro generale e indicazioni pratiche basate sulla normativa vigente. Ma ogni situazione è diversa, e l’interpretazione può variare da Ordine a Ordine.
Non è una consulenza legale. Non sostituisce il parere di un avvocato specializzato o del tuo Ordine provinciale.
Prima di lanciare campagne importanti, o se hai dubbi su casi specifici, il mio consiglio è sempre: scrivi al tuo Ordine e chiedi a un legale specializzato. Chiedi. Verifica. Non per paura, ma per tutelarti.
La normativa sulla pubblicità sanitaria evolve. Quello che leggi oggi potrebbe cambiare domani. Tieniti aggiornato, controlla le fonti ufficiali, e quando non sei sicuro, fermati e chiedi.
La pubblicità sanitaria nel tuo ecosistema di marketing
La pubblicità sanitaria non è un mondo a parte. È parte del sistema più ampio con cui costruisci la tua presenza e attiri pazienti.
Il sito web, i social, i contenuti che pubblichi, le ads: tutto deve essere coerente, tutto deve rispettare le regole. E tutto deve lavorare insieme.
Se vuoi approfondire come costruire un ecosistema completo, leggi la guida su come aumentare i pazienti del tuo studio. Se invece hai dubbi su come strutturare il tuo sito, c’è la guida sul sito web per medici.
La comunicazione fatta bene non è quella che aggira le regole. È quella che costruisce fiducia rispettandole.
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Domande frequenti sulla pubblicità sanitaria
Devo chiedere autorizzazione all’Ordine per il mio sito web?
Non serve un’autorizzazione preventiva obbligatoria. Ma devi comunicare all’Ordine l’esistenza del sito e dichiarare che il contenuto è conforme alla normativa. Puoi anche chiedere una valutazione preventiva facoltativa se hai dubbi.
Posso pubblicare i prezzi dei trattamenti?
Sì. La normativa sulla pubblicità sanitaria permette di indicare i prezzi in modo chiaro e trasparente. Non devono essere l’unico elemento della comunicazione e non devono essere presentati come offerte o sconti.
Posso fare sponsorizzate su Instagram?
Sì, puoi fare ads a pagamento. Ma attenzione a cosa promuovi: contenuti informativi vanno bene, offerte e promozioni no. E rispetta le policy di Meta, che ha restrizioni specifiche sui contenuti relativi alla salute.
Posso usare foto dei miei pazienti?
Solo con consenso esplicito, specifico e informato. Il paziente deve sapere esattamente dove e come verranno usate le immagini. Senza consenso adeguato, rischi sanzioni privacy. Non hai il consenso esplicito: NON le usare.
Cosa succede se un collega fa pubblicità scorretta?
Puoi segnalarlo al tuo Ordine provinciale. Gli Ordini hanno il compito di vigilare sulla correttezza della comunicazione dei propri iscritti.
Posso dire di essere “il migliore” nella mia zona?
No. I messaggi comparativi e auto-elogiativi senza basi oggettive sono problematici. Puoi comunicare le tue competenze e la tua esperienza, ma evita affermazioni che non puoi dimostrare.
Conclusione
La pubblicità sanitaria non è vietata, ma è regolamentata.
Puoi comunicare chi sei, cosa fai, come lavori. Puoi essere sui social, avere un sito, fare ads. Quello che non puoi fare è manipolare, esagerare, spingere il paziente verso trattamenti di cui non ha bisogno.
Il principio è semplice: informa, non vendere. Educa, non pressare. Costruisci fiducia, non illudere.
Se rispetti questo principio, la normativa sulla pubblicità sanitaria non è un ostacolo. È una garanzia di professionalità che ti distingue da chi fa il Far West.
E se hai dubbi? Chiedi al tuo Ordine. Consulta un legale specializzato. Meglio una verifica in più che una sanzione in meno.
La comunicazione fatta bene porta pazienti. La comunicazione fatta bene e nel rispetto delle regole li porta e li tiene.


